Il terzo super gettonato romanzo di Federico Moccia, Scusa ma ti chiamo amore (Rizzoli, pagine 663, € 18,00) - dopo Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te - è diventato un film con Raoul Bova e Michela Quattrociocche. Alla regia del film, che arriva domani nelle sale, lo stesso Moccia entusiasta dell'esperienza. «Per me dirigere il film è stata una grande novità, ma anche una grande faticata», dice. «Ma sono contento perché il risultato mi sembra all'altezza dell'impegno che è stato profuso da tutti. Nelle anteprime che abbiamo programmato per gli studenti, il film è piaciuto parecchio, i ragazzi si sono divertiti e commossi, e sono contento del tipo di narrazione scelto per raccontare il libro in immagini. Credo di sostenere una bella sfida che spero non disturbi i tanti lettori del libro».
Ma a una delle anteprime il film è stato contestato come uno spettacolo poco educativo. Una critica utile secondo lei? «La contestazione è sempre giusto considerarla, ma chi fa polemiche di questo genere non valuta i grandi cambiamenti che ci sono stati oggi nell'epoca di Internet dove le scuole hanno dei grandi laboratori, delle macchine che permettono ai giovani di avvicinarsi ad una cultura diversa che fa uso anche delle arti visive e di un romanzo da loro tanto amato che diventa cinema. Le critiche secondo il quale il film sarebbe diseducativo, rispetto a tutto quello che succede, sono fuori luogo perché il ruolo del cinema non è quello di educare, ma di interpretazione, di narrazione. Altrimenti non ci sarebbero i film di Michael Moore e di altri dove magari un ragazzo entra a scuola e uccide. Parliamo di un altro ruolo e di un altro tipo di meccanismo. Il film è un'espressione libera che interpreta in modo fantastico o reale il mondo che ci circonda».
Come ha impostato il film rispetto al libro?
«Tutto il film è raccontato in un libretto che esce ora da Rizzoli intitolato Diario di un sogno . È una sorta di manuale che ho scritto come il diario di tutti i giorni di lavoro in cui giravo il film. Il diario racconta proprio la trasformazione del libro in film».
Che ci dice della sua giovane attrice?
«La ragazza è per me una grandissima sorpresa. Non credevo si rivelasse così brava. Mi piaceva molto, mi era sembrata naturale quando le feci il provino, ma sono rimasto sorpreso dalla sua crescita durante la lavorazione. È una ragazza di diciotto anni appena compiuti, quindi vera fino in fondo nel ruolo che ha. Mi è piaciuta soprattutto perché ha saputo riportare in una recitazione fresca e naturale tutti i sapori della vita che stava vivendo al di fuori del cinema».
Il divo Bova invece come se la cava in un ruolo brillante?
«Bova è stato anche lui una grande sorpresa. Siamo abituati a vederlo sempre in ruoli seri e drammatici, mentre qui è un uomo di 37 anni fragile e insicuro, e soprattutto divertente. Una nuova dimensione al suo essere attore alla quale non siamo abituati, e mi sembra sia una grande novità».
Moccia, nel romanzo e nel film mette assieme una diciassettenne e un trentasettenne. Vent'anni di differenza sono tanti, perché si tratta di due generazioni diverse che possono avere parecchi contrasti. Pensa che certe unioni possano funzionare per davvero?
«L'amore non ha età».
Ma nel suo romanzo e nel film entrano in ballo le opposizioni della famiglia della ragazza per la sua giovane età, il che fa supporre che certe regole siano ancora valide. O no?
«I genitori si oppongono perché la ragazza è minorenne e si preoccupano, giustamente o ingiustamente, com'è nella natura dei padri e delle madri che sognano per i loro figli sempre il contrario di quello che in realtà poi avviene. Per me la riuscita dei matrimoni tra persone con forti differenze d'età, ha più probabilità di quelli fra giovani della stessa età. Sono situazioni che sfuggono al calcolo perché l'amore è una condizione che esula da ogni valutazione pratica. E poi, le ragazze di oggi, anche molto giovani hanno parecchi punti in più, sono donne che lavorano, leggono più degli uomini e sviluppano un senso pratico che le rende più preparate ad affrontare la vita».
Questo perché gli ultra trentenni hanno una filosofia di vita diversa dai giovanissimi?
«Non direi, anche perché i trentasettenni frequentano gli stessi locali dei giovanissimi, vanno sempre negli stessi posti ed è difficile che siano degli innovatori anche nella scelta di un ristorante. I ragazzi più giovani per dei motivi di spesa, se sono delle persone più normali, cioè non figli di papà, vanno in giro e scoprono in continuazione posti che per una ragione o per l'altra possono diventare di moda per la pizza buona o per qualcos'altro che si mangia».
Il mondo dei giovanissimi che lei descrive dettagliatamente, è quello reale dei ragazzi di oggi?
«Il loro mondo io lo immagino, lo avverto, lo sento, lo respiro attraverso le loro parole».
FRANCESCO MANNONI
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